Neanche il tempo di lasciar sedimentare nelle nostre coscienze le drammatiche immagini del terremoto di Haiti che giungevano sugli schermi televisivi, che a distanza ravvicinata un’altra tragedia si abbatteva sul Cile, uno dei paesi più fieri e indomiti dell’America Latina.
Cile terra dolce e aspra, tenera e tormentata, in cui la maestosità della Cordigliera delle Ande si specchia nell’immensità dell’Oceano Pacifico e dove lungo i suoi oltre quattromila chilometri di estensione si alternano tutti i paesaggi ed i climi possibili ed immaginabili del pianeta, in questo paese si è scatenato un terremoto dalla violenza terrificante, di cui a tutt’oggi non si sa ancora quante vittime abbia provocato.
Cile, terra di uomini orgogliosi della loro dignità, dove i nativi precolombiani, i Mapuches diedero filo da torcere ai conquistadores spagnoli che non riuscirono mai a soggiogarli del tutto. Nazione dove l’ansia di libertà ha sempre prevalso sulle mire golpiste dei Pinochet di turno, al soldo (come sempre!) di interessi economici del grande capitale internazionale. Terra di forti contrasti, ma anche di delicati e splendidi cantori e poeti, ricordiamo che gli unici premi Nobel cileni, Gabriela Mistral e Pablo Neruda, sono entrambi poeti, tra i più grandi della letteratura di lingua spagnola.
Accanto a loro nel vasto giardino letterario del Cile, spiccano altre figure straordinarie come l’eclettico Luis Sepulveda e l’esuberante Isabel Allende, gente che ha aiutato intere generazioni a riflettere e sognare, a meditare e ad agire. La poesia - come si sa - è fortemente intrecciata con la musica, e per quanto riguarda il campo musicale cileno si può dire che negli ultimi decenni, un paio di generazioni di giovani di tutti i continenti, sono cresciute suonando e cantando le canzoni degli Intillimani. Difficile non pensare a tanti appuntamenti studenteschi e giovanili (ma potremmo aggiungere “grest” oratoriani e campi scuola parrocchiali) dove bastava il suono di una chitarra dalle note malferme in mani acerbe, per scatenare l’entusiasmo e la partecipazione di tutti, non appena si accennava al ritornello: “El pueblo unido jamàs serà vencido”.
Le cassette degli Intillimani venivano duplicate e fatte girare tra gli amici diffondendosi a macchia d’olio; così quella lontana musica andina, che armonizzava il suono struggente del “charango” (la minuscola chitarra dalla cassa armonica ricavata dalla corazza dell’armadillo) con le melodie sinuose che uscivano da flauti di bambù dal sapore arcaico, contribuiva a diffondere tra i giovani del mondo intero, suoni e canti lontani, che evocavano sensazioni che sembravano provenire dalle viscere della terra. Tutto ciò si fissava nel cuore di una generazione che sognava di cambiare il mondo.
Forse il riferimento più bello ed incisivo che resta nella coscienza di chi vibrò intensamente per la libertà del popolo cileno dopo il golpe del generale Pinochet è la figura di Victor Jara, ovvero l’esponente più illustre e significativo della “Nueva Canciòn Cilena”, un musicista le cui canzoni inneggianti alla libertà, alla giustizia e all’impegno sociale verso i poveri, erano diventate la colonna sonora di gran parte delle manifestazioni popolari di quei tempi; arrestato, incarcerato, imprigionato nello stadio di Santiago perché le prigioni di tutto il paese erano gremite di prigionieri politici, venne torturato in maniera brutale e con sadico furore gli furono fracassate le dita delle mani affinché non fosse mai più in grado di suonare la chitarra. Victor Jara per le percosse subite, morì pochi giorni dopo il golpe di Pinochet, le sue canzoni imperterrite rimasero come inni di libertà che continuarono ad essere suonate nelle catacombe da coloro che non si arrendevano ai soprusi e alle ingiustizie di una dittatura folle e infame.
E’ bello sottolineare come la musica e la poesia quando diventano patrimonio di un popolo che anela alla libertà, fanno più paura ai tiranni, della lotta armata e delle pallottole, una lezione da tenere sempre presente.
