Haiti: aiuto, gli aiuti!

 

Una gara che punta a superare tutti i record mondiali della solidarietà: la catastrofe umanitaria causata dal terremoto del 12 gennaio scorso ad Haiti fornisce abbondanti motivi perché valga davvero la pena di sostenere questa competizione tra i soccorritori da ogni parte del mondo. La cruda, orribile realtà di distruzione e di morte che accompagna un terremoto, uno tsunami, un uragano, oppure una guerra, ci lascia addosso un intrigante senso di disagio, di amarezza, finanche di fastidio. Ci inquieta l’impossibilità e l’incapacità di renderci subito utili protagonisti nell’ideale collettiva corsa per portare aiuto a quella “povera gente”. Perciò affidiamo ai professionisti della solidarietà l’esuberanza delle nostre buone intenzioni.

A giudicare dalle modalità con cui ad Haiti è stata presa in mano la situazione nell’immediato dopo-terremoto da parte dei”Grandi benefattori”, i piccoli pesci pilota rappresentati dalle organizzazioni non governative e dal mondo del volontariato, vengono relegati al seguito del mastodontico cetaceo imbottito di agenzie umanitarie internazionali. Allora, per gli operatori umanitari non istituzionali è un po’ come voler partecipare, da dilettanti senza sponsor, alla maratona di New York. E’ chiaro che i più quotati, quelli con le medaglie delle competizioni da record mondiale, avranno riservati i primi posti alla partenza, per non rischiare di vedersi ostruire la strada da una massa di “imbranati”.

“Small is beautiful”, piccolo è bello, questo era lo slogan in voga negli ambienti terzomondisti degli anni ’70-‘80, a significare l’efficacia dei piccoli progetti di sviluppo secondo la filosofia dell’ “agire localmente, pensando globalmente”, in contrapposizione ai faraonici programmi di cooperazione internazionale nel cosiddetto Terzo Mondo, per costruire infrastrutture passate alla storia con il nome di “cattedrali nel deserto”, data la loro inutilità se non anche dannosità. L’opera delle (relativamente) piccole realtà associative non governative del volontariato e della solidarietà internazionale (Caritas, Ong, istituti missionari, ecc.) nelle situazioni di emergenza, si è spesso dimostrata elemento di garanzia per la corretta e capillare distribuzione degli aiuti alle popolazioni in prioritaria necessità. 

Ai giorni nostri, però, c’è la tendenza a fare uso degli apparati militari anziché delle consuete istituzioni civili preposte proprio a far fronte a questi eventi catastrofici. D’altra parte, è davanti agli occhi di tutti l’urgenza di assicurare uno standard seppur minimo di sicurezza alla popolazione colpita dal terremoto e agli stessi operatori delle agenzie umanitarie. La parte del leone, anche nell’informazione nazionale ed internazionale sulle varie catastrofi umanitarie naturali o provocate dalla stupidità umana (come nel caso delle guerre), sembrano farla, comunque, proprio gli eserciti più o meno ben coalizzati o coordinati. Così, le iniziative umanitarie dell’Occidente stanno assumendo i connotati di operazioni militari e, viceversa, le operazioni militari vengono presentate come “missioni umanitarie”, con un dispiegamento tecnologico-militare di certo associabile più alla figura di Rambo che di Madre Teresa di Calcutta.

In un’intervista rilasciata all’agenzia di informazione missionaria Misna pubblicata il 3 febbraio scorso, monsignor Pierre André Dumas, in qualità di presidente della Caritas haitiana, ha espresso la sua totale contrarietà alla “militarizzazione e alla burocratizzazione degli aiuti”, ricordando al presidente degli Stati Uniti d’America, Barak Obama, le cui forze armate ad Haiti hanno, di fatto, assunto il controllo delle attività di soccorso internazionali, che “se Haiti 200 anni fa non avesse lottato per l’indipendenza forse oggi lui non sarebbe alla Casa Bianca”. Queste affermazioni di mons. Dumas esprimono un sentimento molto diffuso tra la popolazione di Haiti, una delle più povere del mondo ma fermamente consapevole della propria dignità.

Ad Haiti c’è ora urgente bisogno di tutto, anche di ogni più piccolo contributo economico, nel rispetto, però, della dignità degli haitiani, a cominciare dai bambini i quali non sono né merce di scambio e neppure volantini pubblicitari, ma, semplicemente ed inviolabilmente, esseri umani e cittadini di uno Stato sovrano.