Processi di comunicazione e cultura solidale

 

Dal 3 al 7 febbraio a Porto Alegre, nella sede della Pontificia Università Cattolica di Rio Grande do Sur, si è tenuto il 6° mutirão latinoamericano della comunicazione dal titolo: “Processi di comunicazione e cultura solidale”. 700 gli iscritti a questo incontro, provenienti da gran parte dei paesi dell’America Latina e del Caraibi. Ha aperto i lavori, tra gli altri, mons. Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali. L’evento, come di consueto, è voluto e promosso dalla CNBB, dal CELAM, dall’Organizzazione Cattolica Latinoamericana di Comunicazione (OCLACC). Oggi i processi di comunicazione sono ristretti alle grandi agenzie di comunicazione, che controllano tutto il sistema di comunicazione veicolando quello che per loro è di maggior interesse. In questo interesse non rientrano le comunità cristiane, le parrocchie, la vita della chiesa. Pedro Ribeiro de Olivero, sociologo che è intervenuto nella prima mattinata di lavori, ha sottolineato come i processi di comunicazione in America Latina hanno seguito i processi di colonizzazione dell’America Latina stessa. Quando, nel ‘500 arrivarono gli europei imponendosi per la loro forza e per le loro armi, iniziarono i processi di “caipira”. Un indigeno, un membro di comunità latinoamericane originarie, staccato dalle proprie radici culturali, dalla sua vita, dalla sua terra, si sente un “caipira”, persona che prova vergogna, che prova un senso di inferiorità. Hanno zittito le popolazioni povere, ha ribadito  con forza Ribeiro de Olivero, “le quali, tuttavia, continuano  a camminare, a lottare. Il loro grido oggi ha preso la voce dei molti movimenti sociali”. La gente di periferia, esclusa dai processi di comunicazione, è abituata dalla vita e dalla storia “a comprare caro e a vendere a basso prezzo”. In questo sistema -il sistema produttivistico dell’Europa- che ha prodotto classi sociali ricche  a fronte di una massa di impoveriti destrutturati e divisi, si colloca un processo nuovo di rivendicazione di attenzione  e di spazi anche per comunicare.

I processi di comunicazione in America Latina oggi privilegiano gli interessi dei forti, dei potenti e non prendono la parte dei deboli, delle comunità, delle periferie. Il processo comunicativo dei poteri forti punta sul calcio, sul carnevale, sul sesso, sul crimine.  I primi tre per assecondare e accontentare delle classi povere, l’ultimo per  generare quel clima di paura che giustifica tutto e che indebolisce ancora di più i processi democratici a favore di autoritarismi privati, che privilegiano ancora una volta i poteri dei forti. La cultura bianca, è stato ribadito nei lavori di gruppo, tentò di distruggere la cultura popolare e le sue vie di comunicazione/espressione, dequalificandola, annullandola, tacciandola come cosa non di valore.  E con essa anche la  religiosità popolare, nel tentativo di farle assumere il sinonimo di superstizione, folklore. Eppure la cultura popolare è resistita nelle feste patronali, nelle comunità di base, nelle comunità cattoliche, è resistita nelle cappelle  sparse nel mondo rurale latinoamericano, occupando spazi marginali, tramandata di generazione in generazione, di madre in figlio. Tramandata dalla capoeira, dal candomblè, dalle  mãe de santo, dai terreiros. La cultura popolare ha incrociato le comunità di base, la teologia della liberazione, il movimento Sem Terra; ha incrociato  i sindacati, con varie forme di solidarietà. Una forma di cultura solidaria è anche la comunicazione solidaria, sopravvissuta ai grandi network che propongono novelas e stili di vita totalmente estranei alla cultura latinoamericana.  

Joana Puntel, della commissione comunicazione della CNBB, nella sua relazione ha sottolineato il fatto di non confondere il mezzo di comunicazione con la comunicazione stessa, che ha e deve avere forti implicanze antropologiche. “Il mezzo è ciò che usiamo per comunicare, la comunicazione è un processo molto più ampio dove al centro c’è l’uomo, la relazione”.

In un Brasile dove il cattolicesimo perde 1% all’anno di adesioni, dove l’avanzata di altre espressioni evangeliche da tempo preoccupa non solo i vertici della chiesa cattolica, bisogna – secondo gli esponenti intervenuti nel Mutirão- ritornare a rallentare il passo e vedere la comunicazione come innanzitutto un processo di annuncio, di missione. Una prassi che diventa possibile solo se prima di annunciare si è convertiti, si assume la prassi e il passo di Gesù. “Altrimenti la mia parola rimarrà vana, il mio impegno senza fondamento”. Bisogna, ricorda Joana, ridurre un po’ di attivismo per recuperare mistica, spiritualità.

In questo senso S.E. mons. Celli, incaricato vaticano per il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali,  ha ricordato alla platea dei comunicatori presenti al Mutirão: “vi invito ad ascoltare, a  fare silenzio. Solo dall’ascolto, dal silenzio può nascere una buona comunicazione. In questo contesto di diaconia delle culture, il compito della chiesa, l’obiettivo del comunicatore è il Padre Nostro: indicare una relazione con il Mistero, un aggancio alla verità che ci è donata, ben radicata nella realtà delle varie situazioni latinoamericane”. In questa direzione – ha continuato mons. Celli- il comunicatore deve saper ascoltare  fino il fondo il grido degli esclusi. Grido che, ha ammonito Washington Uranga, deve diventare una prassi. La comunicazione solidaria, frutto di una chiesa solidaria, non deve puntare alle grandi cose, ma alle piccole cose, dare continuità, resistere: solo così possiamo andare avanti, solo così possiamo generare speranza. Mentre nel Brasile sei famiglie controllano l’80% del mercato della comunicazione, la comunicazione solidaria della chiesa cattolica deve partire dall’opposto. Partire dal basso, dalle comunità, mettendosi in rete, creando una rete sostenibile di comunicatori. Diventa importante allora affermare che  anche nella comunicazione, “Un altro mondo, è possibile”.  Un altro modo di fare comunicazione che sia sostenibile, aperto a tutti, che parti delle  minoranze, delle periferie, delle marginalità, con processi partecipativi  democratici. Come fare a realizzare questo altro mondo possibile? Qui il mutirão ha scoperto forse una sua debolezza: tutti sono convinti che un altro mondo sia possibile, ma su quale sia questo mondo “altro” possibile per la comunicazione, la discussione è ancora agli inizi. Rimangono dei dati di fatto: 280 radio cattoliche e due televisioni cattoliche che raggiungono l’intero Brasile sono  un segno di questa nuova realtà che si sta affermando.

 

Paolo Annechini

(da Porto Alegre)