Testimoni in un quotidiano da non dimenticare

 

Conoscevo don Ruggero Ruvoletto da anni. E’ stato ucciso sabato 19 settembre a Manaus. L’ultima volta viaggiammo  sullo stesso aereo alla volta di Porto Velho, avamposto dell’Amazzonia, per l’incontro delle comunità di base.  Aveva l’umiltà dei forti e il sorriso di chi è sereno innanzitutto con se stesso, qualità che spesso riscontro in persone con una forte spiritualità. E questo, di Ruggero, colpiva all’istante.  Non gli piaceva apparire e  all’ennesima richiesta di un’intervista era seguito l’ennesimo rifiuto, cordiale ma fermo. Mi sarei stupito del contrario. Però a microfono spenti, senza il bollino rosso della telecamera che registra, ti raccontava volentieri quello che faceva, il suo lavoro. Era fortemente compromesso, don Ruggero, in quel fazzoletto di Amazzonia che è Manaus. Periferie degradate che crescono a vista d’occhio, giorno dopo giorno, piene di gente che non riesce  a trovare possibilità dignitose di vita e scivolano lentamente verso l’illegalità e la marginalità: droga, prostituzione… Don Ruggero conosceva bene queste periferie perché in una di queste, santa Evelina, viveva e ci lavorava come parroco. E anni prima aveva lavorato nella baixada fluminense, Rio de Janeiro, che paradiso proprio non è. Il modo con il quale l’hanno ucciso - facendolo inginocchiare, due colpi alla nuca-  lascia pochi dubbi sul fatto che non si sia trattato di una rapina finita male, ma di una esecuzione. A chi dava fastidio Ruggero?  A molte persone, probabilmente. Per quel suo modo sereno ma fermo di mettersi dalla parte di chi sta peggio, degli ultimi, delle mamme che vedono i loro figli devastati dalla droga e sfiniti dagli aguzzini del giro. A questi  don Ruggero dedicava tempo, soprattutto vicinanza e ascolto. Riporta don Gigi  Sartorel, missionario a Fortaleza, che a metà agosto don Ruggero aveva partecipato ad una manifestazione contro la droga nel suo quartiere e, invitato a parlare, aveva rifiutato dicendo che non se la sentiva di parlare perché tra i presenti aveva visto persone coinvolte nel giro della droga. “Sappiano queste persone”, avrebbe detto don Ruggero, “che non mi fermerò di fronte a mamme che chiedono giustizia  e chiedono un futuro per i propri figli”. Poche notizie sulla sua morte, non solo in Italia, ma anche qui in Brasile: tutti concentrati sulla qualificazione della seleção ai mondiali 2010 e sull’assegnazione delle olimpiadi a Rio de Janeiro. E poi, a dire il vero,  i morti ammazzati non fanno più molta notizia in questo Brasile consegnato nelle mani della criminalità. Nella sola São Luis le statistiche ufficiali contano 700 morti ammazzati all’anno (in realtà sono molti di più, perché chi muore qualche giorno dopo il ferimento non viene conteggiato!) e solo i casi più efferati arrivano a coprire qualche trafiletto in quinta pagina dei giornali nazionali. Don Ruggero era italiano, missionario. Per questo ha avuto più “copertura”. Decisamente di più di Ana Maria Alves da Silva, mamma di quattro figli, ovviamente senza marito. Non stava dalla parte dei poveri, lei,  perché  povera lo era da sempre. L’ultima sua sfortuna è stata quella –tornando dal lavoro- di passare sul marciapiede sbagliato dove all’improvviso si scatenò l’inferno tra bande di quartiere. Una pallottola vagante la centrò nel petto, lasciando lei a terra e i suoi figli dai parenti.

Don Ruggero mi ha fatto ricordare quante persone, in questi anni, ho conosciuto come lui. Dedicate ai poveri, agli sfruttati, agli oppressi. Compromesse a tal punto da rischiare la vita. Se sono ancora vive è solo  perché il destino non ci appartiene e segue progetti a noi sconosciuti.  

In Paraguay ho conosciuto don p. Nilo Marmol, dell’opera don Calabria. Curava i ragazzi di strada a Ciudad del Este, confine di tre stati, porto franco anche per le “merci” umane. Aveva denunciato la polizia per i ripetuti maltrattamenti sui ragazzi. Prima li picchiavano a sangue, poi li portavano al posto di polizia. Colpevoli di “sporcare” l’immagine di una città che il prefetto voleva riverniciare. Al posto di polizia ci  rimanevano fino all’alba, poi venivano scaricati più morti che vivi lontano dalla città. E ogni sera il triste spettacolo si ripeteva. P. Nilo li raccoglieva, li curava, ascoltava i loro racconti. Alla denuncia seguirono minacce e calunnie. Cominciarono a fargli terra bruciata attorno: gli fu  consigliato di cambiare aria per un po’ di tempo. Era l’ultimo avvertimento. P. Vittorio Consolaro, sempre dell’opera don Calabria, in Paraguay ha appoggiato un gruppo di contadini che il proprietario del latifondo voleva cacciare, nonostante da generazioni abitassero quei terreni che coltivavano. Ma questi contadini non possedevano un diritto di proprietà riconosciuto perché nessuna autorità aveva voluto riconoscerglielo. Prima i sicari al soldo del latifondista minacciarono e distrussero le loro coltivazioni, poi arrivò la polizia. P. Vittorio andò a vivere con loro, lo scontro fu pesante e durò giorni. La polizia era infastidita per dover bastonare anche questo prete, perlopiù straniero, che in qualche maniera ostacolava la rapida riuscita delle operazioni. Nel sud del mondo bastonare quando ci sono stranieri bianchi è sempre un problema, perché questi poi iniziano a parlare.    

A Buenos Aires don Francesco Ballarini e don Roberto Zardini vissero situazioni pesantissime durante la dittatura. Nelle loro parrocchie furono decine i desaparecidos. Quando di notte circolava la Ford Falcom, quella che la dittatura argentina utilizzava (per via del suo capiente bagagliaio dove scaraventavano gli arrestati) come auto di servizio per compiere le porcherie, tutti avevano paura. Un giorno, ascoltando il grido delle madri, don Francesco celebrò una messa in ricordo dei desaparecidos, mettendo davanti all’altare le foto degli scomparsi: giovani, sindacalisti, catechisti, studenti… Dentro c’erano solo lui e le madri dei desaparecidos. Il resto della chiesa era vuota. Fuori un cordone di poliziotti che la circondavano. Per lunghi mesi seguirono telefonate in piena notte, macchine costantemente parcheggiate davanti casa con persone a bordo,  controllo alle messe e nelle attività della parrocchia.

Don Luigi Ceppi è stato il parroco di Chico Mendes, a Rio Branco- Acre, amazzonia brasiliana. Fu tra i pochi a rimanergli vicino negli ultimi mesi, quando l’isolamento era evidente, preludio di morte annunciata. Chico Mendes, leader dei seringueiros ( gli estrattori di gomma di caucciù) è stato ucciso il 22 dicembre 1988 dalla P38 di Darci Alves da Silva, 20 anni appena, figlio di Alvarino Alves, piccolo proprietario terriero, aiutato dal fido Antonio Pereira. Quando è stato ucciso Chico aveva 44 anni, moglie e figli. Don Luigi ha faticato non poco a trattenne la rabbia dei seringueiros che volevano vendicare subito la morte del loro leader e farsi giustizia da soli. Quella brasiliana arrivò molti anni dopo, indicando con una sentenza ridicola Alvarino come mandante. Tutti sanno che i veri mandanti sono altri, ben più potenti, legati al latifondo, all’allevamento, allo sfruttamento del legname. In ogni caso ad uccidere Chico, dice don Luigi, non fu il suo impegno a difesa dei diritti dei seringueiros, ma l’aver fatto bloccare un enorme finanziamento  del governo federale a politici e allevatori locali che sulla carta serviva per “pianificare e incrementare lo sviluppo in Acre”, in realtà finanziava solo i loro interessi e le loro attività. Questo nell’ aprile 1988: seguì l’isolamento, fino ai giorni di Natale, quando Darci Alves e Antonio Pereira, l’amico di suo padre, aspettarono Chico fuori dalla porta di casa. Alvarino aveva un tariffario per le esecuzioni: il prete locale, il missionario, il vescovo, il sindacalista, il leader di comunità: una tariffa diversa a seconda dell’importanza, ma soprattutto a seconda di quanto erano impermeabili alle intimidazioni. “Chico dev’ essere costato una bella cifretta”,  sorride don Luigi, ben sapendo che di sicuro nella lista di qualche Alvarino c’era pure lui!  

Ho incontrarto Dom Erwin Kräutler, vescovo austriaco della prelazia dello Xingù, nello stato amazzonico brasiliano del Parà. Da anni vive con la scorta perché più volte minacciato. Dom Erwin continua ad andar giù pesante contro il sistema del latifondo, del lavoro schiavo, dello sfruttamento illegale dell’Amazzonia da parte non solo delle multinazionali del legname, ma anche di quelle dei minerali e della farmaceutica. Con denuncie alla mano, che riportano fatti documentati. E’ andato perfino da Lula a dirgli che la sua chiesa è contraria al  progetto della mega centrale idroelettrica con diga annessa sul fiume Xingù, che  violerebbe pure Belo Monte, il luogo sacro degli indigeni kayapò,  pronti a tutto  piuttosto di vedersi la loro collina sacra –immersa nella foresta, circondata dalle anse del fiume-  devastata dalle ruspe e allagata da un progresso che loro non riescono a comprendere.

Milton Teixeira dos Santos Filho è il direttore del Centro di Difesa dei Diritti Umani di Açailândia, profondo  interior del Maranhão. Denuncia mensilmente proprietari di aziende agricole che utilizzano lavoro schiavo (si tratta di  decine di migliaia di lavoratori solo nel Maranhão)  e mensilmente il centro riceve minacce di ogni tipo e visite inaspettate.  Ma lui non si ferma. Non solo lavoro schiavo nelle carvoarias, (le carbonaie che producono il carbone dall’eucalipto, per alimentare le fabbriche di ghisa della zona), ma anche prostituzione infantile, traffico illegale di legname,  mancanza dei più elementari diritti umani.

 

Di questi personaggi (e di molti altri) la “rete” più o meno parla: seppure spesso in maniera debole, in ogni caso  attraverso siti internet, blog, comunità di internauti riescono a far sentire la loro voce al mondo che conta, ovvero ancora quello sopra l’equatore. A fronte di queste persone conosciute, ci sono centinaia, migliaia  di piccoli grandi testimoni feriali sconosciuti, che la storia ha risucchiato. I documenti della CPT (la Commissione della Pastorale della Terra dei  vescovi brasiliani) stimano in 50.000 i lavoratori trattenuti “prigionieri” con il lavoro schiavo nel nord est brasiliano e nella regione amazzonica.  250 lavoratori – sempre secondo le relazioni CPT- sono stati uccisi negli ultimi cinque anni solo nel  Maranhão da sicari al soldo dei proprietari terrieri, colpevoli di rivendicare un salario più degno.  In 10 anni, nell’area indigena maranhense di Awà Guajà, sono stati uccisi 60 indigeni. Motivo?  Si opponevano al taglio illegale di grandi piante, si opponevano al taglio della foresta, la loro casa. Nel 2008, nel Maranhão, sono stati denunciati 71 conflitti di terra  (quelli striscianti sono molti di più), con il coinvolgimento di 4.262 famiglie, con decine di minacce di morte.  Nessuno parla di questa gente. Nessun blog, nessun sito, nessun articolo li ricorda mai. Sono testimoni “semplici”, semianalfabeti, dalle facce provate, non “televisivi”, quasi mai in grado di esporre con impatto le loro argomentazioni. Questi anonimi testimoni non sono morti o minacciati per la fede che li ha interrogati, ma per la fame che li accerchiati.  Non hanno avuto la possibilità di scegliersi la loro vita.  E nemmeno  il loro futuro.