Lo incontro a São Luis in una calda giornata di metà luglio mentre rientra in Italia, dopo 12 anni passati a Manaus. Si prende un giro un po’ lungo per lasciare il Brasile, don Riccardo, quasi a voler respirare il più possibile quest’aria e questi cieli, prima di lasciarli: Manaus, São Luís, Rio, e poi Treviso. Lo incontro nella casa dei fidei donum di Verona, suoi amici, ai quali doveva una visita, sempre rinviata perché “c’era sempre molto da fare”. A Manaus don Riccardo c’era arrivato nel 1997, dopo 13 anni di prete con esperienze pastorali in quel di Treviso, sua terra d’origine. A Manaus ai fidei donum trevigiani è stata affidata un’area missionaria: 70 mila persone, 11 comunità. Lavorano in due e una coppia di laici. Torna, don Riccardo, perché deve tornare, perché è intelligente e sa che è importante tornare, anche non è contento di tornare. I suoi occhi, il suo sguardo mogio lo rivelano senza incertezze. Il Brasile gli è entrato nel cuore, “sia per quello che ogni missionario può fare qui, ma soprattutto per le persone con le quali ho lavorato: gente semplice, con grande voglia di riscatto”. Manaus è una città difficile. Porta ufficiale dell’Amazzonia, raggiungibile solo via fiume o via aerea, è da sempre confine per chi vuole entrare o uscire da questo immenso polmone verde. Ogni azione pastorale che fai a Manaus, dice don Riccardo, viene soppiantata in fretta da nuovi arrivi o da nuove partenze. La mobilità, l’emigrazione, il “va’ e vieni” della popolazione è impressionante, dice don Riccardo, e lascia poco spazio ad una pastorale di lungo periodo, “stanziale”, pianificata. Manaus è una città che in due decenni è passata da 400 mila a 1,5 milioni di abitanti, grazie al porto franco commerciale istituito dal governo per incentivare lo sviluppo, grazie al miraggio dell’Amazzonia vista come terra di conquista. Il porto franco ha attirato grandi multinazionali dell’elettronica, il miraggio dell’Amazzonia centinaia di migliaia di poveracci nordestini in cerca di un futuro che anche qui non hanno trovato. Per loro Manaus è fluttuante, come i barconi sul grande Rio Negro. A volte c’è lavoro, a volte no. A volte c’è vita, a volte no. Quando c’è si vive tutta, quando non c’è si arranca, trovando ogni escamotage. Per tutti, comunque, ci sono a disposizione immensi spazi di periferia, tutti uguali, tutti scrostati, che poco hanno da spartire con la bellezza dei fiumi e della foresta amazzonica. A loro, a questi impoveriti che riempiono le periferie di Manaus, don Riccardo ha dedicato gli ultimi 12 anni della sua vita.
La grande sfida, dice don Riccardo, è creare piccole comunità centrate sulla Parola, dove i laici siano in grado di andare avanti con le loro gambe e con le loro forze. Puntare non tanto su quello che sai fare tu, ma su quello che loro, i laici delle comunità, sanno fare: con le loro fatiche, con le loro discontinuità, con le loro capacità di sopravvivere come solo loro sanno fare. E’ una pastorale, dice don Riccardo, in parte legata alla religiosità popolare: rosario, visita alle famiglie, incontro con le persone, feste patronali, e in parte legata a risolvere problematiche o situazioni contingenti di comunità che non hanno servizi, che non hanno diritti di cittadinanza.
Don Riccardo in questi 12 anni ha lavorato anche nella Caritas diocesana di Manaus, diventandone direttore. Progetti, sviluppo, formazione, attività: sono parole con le quali don Riccardo si è confrontato, spesso scontrato. “Lavorando nella Caritas ho scoperto delle persone eccezionali, che fanno sacrifici immensi non per interesse personale, ma per spirito di servizio nella collettività”. Da Treviso don Riccardo ha portato a Manaus spicchi di imprenditorialità veneta: ha creato cooperative di lavoro, ha aperto la strada al riciclaggio con la Caritas di Manaus che oggi gestisce un progetto pilota con il sostegno del governo brasiliano. Come fa una bottiglia di plastica diventare setola per scope? Don Riccardo su questo, con una macchinetta artigianale, ci ha fatto lavorare delle persone. Cosa ti porterai dal Brasile?, chiedo a don Riccardo. Non lo so, risponde lui. “Molte cose, ma su tutte penso di aver sperimentato come davvero Dio cammina nella storia di queste persone, e come i poveri sentono Dio camminare con loro. I poveri mi hanno insegnato a leggere la Bibbia. E leggerla con gli occhi di coloro che alle 5 di pomeriggio non hanno nulla per cena ti fa assumere altre dimensioni”.
Paolo Annechini
